Omelia di Mons. Angelo Comastri in occasione della Santa Messa celebrata il 23 gennaio 2005 a Dovadola,
per la commemorazione del Passaggio al Padre di Benedetta.
Sia lodato Gesù Cristo.
Quest’anno per la prima volta manca mamma Elsa. Mi sembra giusto allora ricordare Benedetta attraverso i suoi ricordi. Che in questo momento costituiscono per entrambe un’unica festa, tra le braccia di Dio, sotto lo sguardo della Madonna e dei santi. Ed ecco alcuni pensieri dal diario di Benedetta quando studiava presso le suore Orsoline di Brescia: ‘Stasera è arrivata mia mamma – scrive Benedetta – all’improvviso e sono molto contenta. Felicità.”.
Un altro pensiero: “Ho pensato con tristezza alla mia casa e spero che presto la mamma verrà a trovarmi e con lei la malinconia passerà.”.
Un altro pensiero: “Nel vedere i treni che partono mi viene la nostalgia della mia mamma e della mia famiglia. Com’è triste stare tanto lontano da te, o mia cara e dolce mamma.”.
Questi pensieri dicono chiaramente quanto Benedetta amasse la mamma. E la mamma?
Mamma Elsa un giorno confidò: “Quando Benedetta morì mi sembrava di essere rimasta orfana. Ero io la figlia che aveva perduto la mamma, perché lei era stata la nostra guida. Mi sentii improvvisamente priva di quella guida, del suo aiuto, della sua mano. Ero come sperduta in un mare in tempesta senza un punto di appoggio. Noi in casa - continua la mamma - non parliamo molto di lei, ne sentiamo la presenza, ma non la nominiamo volutamente. Soltanto quando succede qualcosa di forte, allora qualcuno pronuncia il nome di Benedetta per riportarci al suo esempio.”. Questa delicatezza materna è un insegnamento di stile nell’approccio dei santi, bisogna accostarsi ai santi in punta di piedi perché essi parlano sottovoce.
Che cosa ci dice oggi Benedetta attraverso i ricordi della mamma? Innanzitutto Benedetta ci assicura che Dio abita anche nel dolore. Dio è presente anche nelle bufere della vita e le trasforma in case di pace. Non è una notizia di poco conto questa, sapere che Dio abita anche nel dolore. E Benedetta, nel momento più tragico della sua vita, proprio attraverso la mamma, consegna a Natalino e a tutti noi questo straordinario messaggio: “Ho trovato - ed era nel dolore -, ho trovato che Dio esiste ed è amore.”. Come ha fatto Benedetta a dire queste parole così sicure e così decisive? La mamma ci ricorda che nella vita di Benedetta ebbe un grande influsso il sacerdote Elios Giuseppe Mori di Ferrara. Egli un giorno le scrisse: “Benedetta non misurare la tua vita con il metro della sofferenza, pensando che abbia valore solo quello che ti costa; il valore di ogni cosa è l’amore. Cerca di amare Dio con sentimenti di una figlia; quando stai bene gli sei vicina come quando stai male. Cerca in un caso come nell’altro di voler bene al tuo Padre celeste. Quando ti senti o ti pare di aver fatto qualche mancanza anche piccola, non martoriarti pensando che meriti castighi e punizioni: ogni colpa, grande o piccola è una mancanza di amore. Se la vuoi riparare bene, cerca di aumentare il tuo amore verso Dio, serenamente, Dio non vuole altro.”. E Benedetta visse seminando amore, e cioè visse non abitando nella preoccupazione di sé, come quasi tutti facciamo, ma visse abitando negli altri, e vivendo per negli altri sentì Dio, e sentendo Dio avvertì una grande pace e la diffuse dovunque.
Ecco a questo proposito un episodio stupendo raccontato ancora dalla mamma. E’ la mamma che parla: “Benedetta possedeva la virtù di correggere senza scalfire. Se uno sbagliava, non voleva sapere perché l’aveva fatto, passava oltre, voltava pagina, voleva fargli sentire che l’amava: è l’amore che corregge, non il rimprovero. Il rimprovero fa nascere a volte un senso di ribellione - continua la mamma -. Mi diceva queste cose con grande semplicità, senza avere l’aria di farmi la predica. Mi faceva pensare a Gesù fanciullo quando accolse al tempio con parole sagge i genitori che lo cercavano.
Una volta io ebbi un bisticcio con mio marito e mi arrabbiai molto. Quella mattina quando andai a portare la colazione a Benedetta lei mi prese la mano e l’accarezzò. Faceva quale gesto affettuoso tutte le mattine. E nell’accarezzarmi la mano mi disse: ‘Mamma sento che non sei tranquilla. Cos’è successo?’.
Risposi io: ‘Ho bisticciato con il babbo’.
E il mattino dopo mi chiese: ‘Ma sei ancora arrabbiata ?’, risposi di si, il nostro dialogo avveniva per mezzo dell’alfabeto muto. Passarono circa otto o dieci giorni: lei non mi faceva più domande per timore di essere indiscreta.
Ma una mattina mi disse: ‘Mamma, deve essere molto grave ciò che ti è successo, perché ancora non sei tranquilla, non ti sento tranquilla.’
Dapprima io dissi: ‘Ma no, Benedetta’, poi però non seppi resistere e aggiunsi: ‘Mi voglio dividere dal babbo.’.
E Benedetta mi disse ‘E di quanti metri ti vuoi dividere?’
‘No, non scherzare, parlo sul serio.’
‘Mamma - disse Benedetta -, ricordati che l’uomo non può dividere ciò che Dio ha unito.’
‘Ma io sono stanca di questa situazione’.
E allora Benedetta mi disse: ‘Mandami il babbo.’.
Mio marito ogni mattina appena alzato passava sempre dalla camera di Benedetta, stava sulla porta, accendeva una sigaretta e rimaneva là fermo a guardarla. Non aveva voluto imparare il linguaggio tattile, il linguaggio della mano, si ribellava all’idea di sua figlia immobilizzata e ridotta a quel modo. Lei però sapeva che il babbo ogni mattina la guardava ed era contenta, contenta di questo. Quella mattina, quando dissi a Guido che Benedetta gli voleva parlare, lui rispose: ‘No, no, no, tu sai che non ho imparato l’alfabeto muto, perchè non posso pensare a mia figlia così: noi speravamo che avesse tutto e invece le è stato tolto tutto. Mi dà fastidio, non ho il coraggio, non entro. E poi perché sei andata a raccontargli i nostri litigi: vuoi farla soffrire di più?’.
Lo lasciai parlare – continua la mamma -. Poi gli dissi con calma: ’Non le ho raccontato niente, le ho detto soltanto che sono arrabbiata.’.
Ripeté: ‘Io non vado. Dille che mi hanno chiamato mentre stavo per entrare: andrò domani.’.
La mattina dopo trovò un’altra scusa: ‘Dille che sono andato a Brescia.’
Il giorno dopo: ‘Dille che in stabilimento occorreva la mia presenza.’. Andammo avanti così per circa un mese. Allora non ne potei più: ‘Se non vuoi andare da Benedetta le dico la verità.’.
Guido esclamò: ‘No, non dirle che non voglio andare, dille che mi hanno cercato.’.
Ma io replicai: ‘Però se Benedetta morisse tu rimarresti con il rimorso di non essere andato ad ascoltarla, non sapresti mai cosa ti voleva dire.’.
Giudo rifletté; vedevo che era tormentato. Alla fine di decise: ’Va bene, vado questa mattina. Vieni anche tu con me.’.
Entrammo. Io presi la mano destra di Benedetta e le comunicai: ‘Il babbo è qui: da tanti giorni lo aspettavi ma lui non poteva. Adesso è venuto.’.
Lei gli disse, cercandolo: ‘Babbo, dammi le mani.’.
Quando il babbo le diede la meni, lei le baciò e disse: ‘Queste mani, questa manoni grosse quanto hanno lavorato per i tuoi figli: come ti sono grata , scusami babbo se qualche volta ti ho dato dei dispiaceri. Adesso vai al tuo lavoro, non voglio rubarti del tempo, volevo solo dirti che da tanto non sentivo le tue mani.’.
Mio marito, che si aspettava un rimprovero, a sentirsi dire quelle parole, a vedersi baciare le mani, si mise a piangere e uscì dalla camera. Io rimasi. Benedetta si immerse in preghiera. Dopo un poco stese la mano e sentì che io ero là vicino a lei. Allora disse: ‘Mamma sei ancora qui? Perché non mi parli?’.
Le risposi: ’Perché sono molto arrabbiata con te, Benedetta.’.
Mi disse: ‘Davvero mamma e perché?’. Ero proprio in collera e dissi tutto di un fiato: ‘Perché è quasi un mese che volevi parlare con il babbo io mi aspettavo che tu gli dicessi chissà che cosa, e invece l’hai ringraziato per il suo lavoro, gli hai baciato le mani.’.
Benedetta esclamò: ‘Allora mamma sono anch’io arrabbiata con te.’.
‘Ah va bene, invertiamo le cose.’, replicai.
Benedetta concluse: ‘Non invertiamo niente mamma, soltanto ricordati: se qualcuno sbaglia nei tuoi confronti o verso altre persone, fagli sentire che lo ami di più. Solo così proverà l’umiliazione di aver sbagliato. L’amore corregge, i rimproveri suscitano ribellione. Amalo come prima e più di prima: lui comprenderà così il proprio errore.’.
Quest’episodio è un autentico fiore che porta il profumo del cenacolo, ed in particolare porta il profumo del comandamento dell’amore, che tutti ripetiamo ma tanto poco viviamo. Per questo non si sente nel mondo il profumo del Vangelo, il profumo dei cristiani.
Ed ecco un altro splendido fiore raccolto dalla mamma.
“A volte, quando eravamo per la strada ed incontravamo qualche mendicante, io mi rifiutavo di fare la carità: ci sono dei mendicanti che danno l’impressione di non aver realmente bisogno di aiuto o di non far buon uso del denaro che ricevono in elemosina. E’ una riflessione - continua la mamma –che, a torto o ragione, facciamo in molti. Così dopo molti di questi incontri io dicevo: ‘Basta!’ e la mia borsa rimaneva chiusa.
Ma Benedetta non si dava per vinta: ‘Va bene, mamma – mi diceva - chiederò i soldi al babbo.’.
Io ero esasperata: ‘Ma Benedetta, oggi ho già fatto la carità tre volte!’.
‘Mamma - osservava lei con calma -, non c’era mica il punto dopo la terza volta. Non c’è limite alla carità.’.
Così da mia figlia ho imparato tante cose, infinite sfumature di delicatezza. La sua bontà era evangelica. Non le interessava sapere se la propria carità giungeva a buon fine, non voleva mai sapere perché una persona chiedeva aiuto, sentiva che doveva aiutare, senza fare domande. Mi diceva: ‘Se qualcuno ti chiede aiuto, bisogna solo aiutarlo e basta. Non c’è fine in quello che si deve fare e si deve dare agli altri.’.
La carità di Benedetta arrivò ad accogliere nel cuore anche le persone che non aveva mai visto. È il caso di Roberto. Così racconta la mamma: Roberto ero uno studente liceale che Benedetta incontrò nel febbraio 1963. Era già cieca e non lo vide mai. Si affezionò fraternamente a questo ragazzo e cercò di aiutarlo a superare le sue malinconie e le sue disperazioni. Proprio a lui disse: ‘Recita tutte le sere la compieta: anch’io lo facevo quando avevo la vista. Ricordati le parole del Signore “Nella pazienza possiederete le anime vostre”. Io pregherò ancora per te, sempre. Quando mi hai scritto ho sentito attraverso le tue parole che in quell’attimo tu eri pieno di Spirito Santo. Mi hai detto delle cose belle, Roberto.’.
Qualche giorno dopo, dettò per lui un’altra lettera. Roberto attraversava un momento di sconforto spirituale e lei voleva essergli vicina. Gli scrisse: ‘Non dire assolutamente che non hai più fiducia in Dio: questo è un grande male. Dio può ogni cosa, Dio permette, ma può tutto. Ricordi domenica sera quanta dolcezza ti era scesa nel cuore? Non essere sconsolato, ti irrobustirai, tornerà il sereno, sii allegro: c’è un salmo che dice “Chi semina nel pianto raccoglierà cantando.”. Vai dal Signore, digli che sei polvere e che la mano, l’aiuto può venire solo da Lui. Dio è padre, è fratello, è amico. Ascoltami, anch’io voglio esserti sorella, perché Dio aiuta chi si aiuta. Cerca di essere ordinato, forte, non sentirti inferiore. Devi solo fortificare la volontà. Prego e penso a te. Tua sorella Benedetta.’.
E in un’altra lettera, sempre dettata alla mamma, scrive: ‘Oggi piove, mi hanno detto così, e io ho pensato che il cielo a volte ride e a volte piange con me. È maggio, Roberto, quanta tenerezza in questa primavera sbocciata. La sento nell’aria satura di profumi, la vedo nei fiori sugli altari di Dio e con quanta fatica voglio tuttavia cantare di essere felice.’.
Le lettere di Benedetta trasudano tutte una incredibile umiltà, e nell’umiltà, lo sappiamo bene, Dio nasce continuamente e quando nasce Dio arriva la gioia.
Mamma Elsa ricordava spesso il 27 febbraio 1963 perché segnò un punto cruciale nella vita di Benedetta. ‘Era il giorno delle ceneri - racconta la mamma -. Benedetta doveva essere operata alle ore 17.00. Maria Grazia passò a trovarla alle ore 13.00: la trovò agitata. Aveva paura, ma non voleva dirlo. Maria Grazia le scrisse una frase di Bernanos dal “Diario di un curato di campagna”, un libro che Benedetta apprezzava molto. Maria Grazia modificò leggermente il testo perché Benedetta non capisse che il curato alludeva alla proprio morte e scrisse “Se avrò paura, dirò senza vergogna: ho paura e il Signore saprà rassicurarmi.”. Benedetta lesse le parole e le ripeté a bassa voce: sembrò tranquillizzata come in completo abbandono nelle mani del Signore. Ringraziò l’amica con tanta dolcezza. Dopo l’intervento Benedetta trascorse una notte di terrore, di angoscia, ripeteva “Che fatica mio Dio, che fatica. Quanto ho sofferto: la mia croce è più pesante di quello che posso sopportare, ma voglio donare con gioia, non per forza. Il Signore è il mio pastore. Mi ritrovo nell’orto degli ulivi.”.
Il giorno dopo fu celebrata una messa nella sua camera. All’elevazione Suor Domenica notò che gli occhi di Benedetta erano iniettati di sangue: era diventata cieca.
Il primo marzo ricevette l’estrema unzione. Seguì quel sacramento con mente lucida, recitando dal Cantico delle Creature queste parole: “Laudato sii mi Signore per sora nostra morte corporale.”.
La mattina del 2 marzo riacquistò per brevi istanti la vista e riconobbe Maria Grazia. Come in delirio pronunciava frasi spezzate: “Tu mi sarai accanto e mi fortificherai nell’ultima agonia e nello spavento della morte. Se qualcuno ti farà del male, ricordati, non è perché vogliono farti del male, ma perché non sanno quello che fanno. Pregate perché domani si aprano le porte del Regno per me.”.
E rivolgendosi a Maria Grazia diceva: “Grazie per essermi stata accanto mentre le ferita mi faceva sudare sangue. Il tuo nome è dolce, la tua vista è l’ultima della sera: anch’essa è dolce come la sera che scende.”.
Poi - continua la mamma - su di lei scese una grande pace, la pace che l’avrebbe accompagnata fino all’ultimo giorno, fino all’incontro con Dio. Fu come se, togliendole per sempre la luce degli occhi, il Signore avesse fatto risplendere più viva la luce del suo spirito.
Qualche giorno dopo - riprende elsa - Benedetta domandò a Maria Grazia: “Conosci la preghiera dell’Avvento ‘Stillate cielo dall’alto’? Mi piacerebbe riascoltarla. Maria Grazia cominciò a recitare, ma ad un tratto si interruppe, non ricordava più i versetti successivi. Benedetta completò lei stessa quella preghiera bellissima e disse: “Stillate cieli dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia, si apra la terra, produca la salvezza e germogli insieme la giustizia, Io, il Signore, ho creato tutto questo.”. Maria Grazia, sbalordita, le disse: “Ma allora la ricordavi, perché mi hai chiesto di recitala?“. E Benedetta: “Perché era dolce sentir ripetere le parole del Signore.”.
Anche a noi oggi Benedetta chiede la stessa cosa: ci chiede di raccontare il Vangelo e di raccontarlo con la nostra vita. Perché è bello, perché è fonte di pace, perché è luce di verità per chi cammina nel buio accanto a noi. Diremo il nostro si?
Sia lodato Gesù Cristo.