Gli amici

 

Mi aveva insegnato “Dio” con tutta la sua vita

Milano, 31 dicembre 1963
Caro Roberto,
adesso che mi metto a scrivere ho come paura; mi hai chiesto di scriverti di quella domenica, forse – anzi, certamente – la più intensa di quelle vissute finora; ma ho paura che le parole non riescano a dire tutto quello che vorrei dire: esse a volte sono dei segni e basta e hanno quasi perso il loro senso più vero e pro fondo e ci sembrano inutili o monotone.
Perché quello che ho visto, quello che ho provato è stato troppo grande per me e forse per tutti e il suo senso non c’entra neanche nelle parole: forse l’unico che può contenerlo è «Dio».
Prima di andare da Benedetta ero preoccupata, piena di timore, di quella paura che hanno le persone borghesi quando devono andare da qualcuno che non conoscono, donarsi a qualcuno solo perché c’è. Ma appena giunta mi sono accorta che tutto dava avanti tranquillamente, normalmente: non c’era nessuna rottura fra me e quell’ambiente, nessuna fatica: neppure il volto Benedetta mi sembrava nuovo: era come se fosse sempre stato dentro di me ed io me l’ero sempre portato dietro senza saperlo: adesso solo mi si rivelava con una chiarezza ed anche con una semplicità che non posso tradire neppure ora: e a volte la tentazione farlo è terribilmente potente. Su quel volto non c’era solo serenità o pace, ma gioia, una profonda gioia che le veniva dall’entusiasmo di vivere, dalla felicità che aveva di sentirsi ogni giorno di nuovo sveglia. «Pregate per me, perché a volte mi assale la tentazione di perdere il gusto di vivere ...». Lei che non vede e non sente, prova il gusto delle cose, r cioè a sentirle e a vederle dal di dentro e a captare la bellezza chi c’è in tutte le cose: diceva che il sole c’era anche se lei non lo vede va, ed il sole era tutta la vita. Noi, che lo vediamo tutti i giorni nel suo splendore, non accorgiamo mai del sole e forse mai l’abbiamo sentito come lo sente lei: è per lei la certezza di qualcosa che vive fuori di lei, la certezza di una luce che c’è anche se lei non la vede. In principio riposava e parlava poco e per non farla stancare non le hanno detto che io ero lì. Ma appena lo ha saputo si è come illuminata di una gioia grande: e non mi conosceva neanche. E poi ha voluto sapere come mi chiamassi, dove fossi seduta, che scuola facessi, quanti fratelli avessi e così via. Ed io continua. mente mi meravigliavo della sua attenzione, dell’amore che aveva per me, della sua capacità di entrare in me e di farmi sentire c stessa e la sua vita. E quando io tacevo (ed era molto bello per me tacere e guardare il suo volto, e accarezzare i suoi capelli: era la stessa sensazione, sai, che uno prova quando fa bene la S. Comunione) lei si ricordava di me e si voltava dalla mia parte e mi sorrideva e mi chiedeva che cosa avessi: io le risposi che ero contenta. Si illuminò e mi disse tutta la sua gioia di sentirmi contenta: «Se sei contenta vuol dire che sei serena dentro, che la tua gioia proviene dall’anima». Mi sono quasi messa a piangere. E si scusava di un gesto di impazienza avuto (diceva lei) poco prima verso l’infermiera: «Lo spirito è sempre lo stesso, ma la carne a volte non si può dimenticare». E alla madre che l’accarezzava disse: «Non mi accarezzare tanto, ora, mamma». Noi, appena stiamo male, abbiamo bisogno di essere seguiti, accarezzati, amati, insomma coccolati: lei sentiva che Dio la voleva così e che quindi non era necessario accarezzarla. Ad un certo punto le dissero di tacere: e si vedeva che lei era dispiaciuta, che sarebbe stata più contenta di parlare con noi, ma tacque subito: «Va bene, taccio e prego». Sa accettare le cose con una semplicità ... come un bambino solo può fare, perché lei è giovane di dentro, giovane e nuova ogni giorno. Non so se sono riuscita a dirti tutto, e se l’ho fatto, l’ho fatto senz’altro male. Ma quello che avevo dentro quella sera è impossibile a dirsi: una gioia, una gioia grandissima perché avevo imparato a volermi bene, perché avevo visto ancora una volta che Dio c’è, e che se c’è, non è lì per niente, ma deve entrarci in qualche modo anche con me. Ecco: lei mi aveva «insegnato» Dio con tutta la sua vita ed io non posso dimenticarlo. E mentre io sono qui, dimentica di Dio e di tutto, lei è là, in quel letto, sempre con la stessa gioia, con lo stesso Dio sulle labbra: e se Dio è là per lei, senz’altro c’è anche ora per me, anche per te adesso che leggi questa lettera, e siamo solo noi che non vogliamo vederLo. Per lei Dio, per farsi conoscere, ha scelto la via del male fisico, dell’infermità, per altri forse ha scelto il dolore, l’angoscia, l’indifferenza: ma l’ha scelto solo Lui…
Paola Z.

Ha donato la giovinezza a chi l’ha conosciuta

[Milano 1964]
Carissima,
[…] Col suo sforzo di portarsi a Dio malgrado il male, Benedetta ha costruito anche le nostre amicizie, creando delle esperienze spirituali senza età né limiti, ma coi soli punti fermi delle nostre persone e dello stesso Dio. Benedetta è salita al Signore a 27 anni: nessuno potrà p toglierle la sua giovinezza e quella che ha donato a chi l’ha conosciuta. […] Non è morta la Benedetta: è vicina. C’è qualcosa di essenziale in lei ed in me che ci fa incontrare impercettibilmente nel momento in cui io affondo nella misericordia di Dio che dissolve ogni impurità. Capire ora che il nostro nodo è essere innamorati dell’amore mi svela la chiave della salvezza.
Io voglio essere come la Benedetta nell’amore misericordioso, misterioso, reale e paziente.
Ciao.
Roberto

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