Note personalità

 

Sergio Zavoli

Rimini, settembre 1972
Una volta, in un’enfasi giovanile, confessai di non avere della morte «una sola idea che mi consoli”: non credevo, e del resto ancora non credo che uscirò dalla morte con un’altra vita. Tutto, dunque, tutto il visibile, si consumerà di venerdì. Ma è anche parte di me entrare nel mistero e visitarlo e starci senza malizia, in libertà: quello della sofferenza, ad esempio, che ha un volto storico così incessante. «Ciascuno porterà la sua croce e ne sopporterà il peso», mi dicevano, da ragazzo, negli innocenti oratori dei Salesiani. Poi la vita, mettendo la mia strada in quella degli altri, mi ha detto che la croce passa di mano in mano e perciò stesso riscatta un dolore indivisibile.
Ecco allora non ritrarmi più, non essere più respinto dalle lettere di Benedetta: essa mi chiarisce la vaga idea che ho del miracolo; la sua storia di dolore non è il cantico compiaciuto del proprio destino, non è una solitaria e soave follia della croce: è scontare su di sé anche il peso degli altri, è prendere il silenzio e la solitudine del dolore, cioè il «segreto» della salvezza, e dargli voce. Non per di re, ma per dare di sé.
Forse è questa la fede che risveglia di domenica, forse il miracolo è questo.
Sergio Zavoli


Padre Davide Turoldo

[…]
E’difficile raccontare una vita vissuta con tutte le fibre del corpo e dell’anima; una vita che non si esaurisce nell’ambito di una natura, per quanto ricchissima e stupenda, ma che si sublima in un permanente stato di grazia e in una tale pienezza di comunicazione da presentarsi come un crocevia di vite, come un nodo singolarissimo e saldo di tempi e di generazioni.
Una popolazione intera attraversa la breve esistenza di Benedetta, la moltitudine popolerà il deserto della sua piccola cella. Qui c’è il Regno di Dio in espansione; qui passano le strade invisibili del mondo; i fili del bene e del male, le storie della vita e della morte, le ansie della nostra salvezza; le voci delle missioni, la presenza della Chiesa, il dialogo sulla realtà eterna; da qui partono e si diramano altre vite che vanno a far fiorire altri deserti. E tutto intorno a un letto, tutto attraverso quel corpo triturato dal male, attraverso quella creatura così esile e disarmata.
[…]
La storia di Benedetta è soprattutto questo, anche se è naturalmente molte altre cose: un’ulteriore conferma clamorosa — specialmente perché avveratasi nella materia fragile — che il cristianesimo è possibile, che Cristo è reale, che il Regno di Dio è fra noi con tutto il suo tesoro di gioia e di amore e di innocenza e di verità e di forza e di vittoria, come forse noi stentiamo a credere.
Il nostro, ancora una volta, o meglio come sempre, è un Dio che elegge le creature più deboli per confondere le forti. E anche questa volta la lezione [… ci viene] da una stanza dove una fanciulla lentamente arde e si consuma fino a ridursi a un tenuissimo filo di voce, in una costante lucidità che ha del prodigio; in una progressiva pazienza che la porta alla gioiosa immolazione; in una semplicità che è fanciullezza evangelica, cioè di riconquista e di grazia; in una comunione con la vita che neppure la morte ha distrutto, anzi (lo si sente), la morte ha garantito e ampliato in chi sa quali dimensioni, per sempre.

Cfr. Siate nella gioia, a cura e con un’introduzione di David Maria Turoldo o.s.m., CISCRA EDIZIONI, Villanova del Ghebbo (Ro), 2002 7 pp. 10 e 11


Mons. Angelo Comastri

Benedetta,
tu sei stata uno strumento di Dio
per seminare speranza nella strada del dolore:
del nostro dolore.
Tu, senza camminare,
c’insegni la strada della vita.
Tu, senza sentire,
ci fai scoprire la voce di Dio.
Tu, senza vedere,
guidi noi ciechi
nella veloce passerella della vita
verso l’Incontro, verso la Luce.
Benedetta, aspettaci!
Parla di noi al Signore
Con la tua dolcezza umile,
serena, luminosa.
Benedetta, grazie
Per il bene che ci hai fatto!
Benedetta, grazie per il bene che ci fai!

Da Comastri, A., Santi dei nostri giorni, Edizioni Messaggero, Padova, 2001, pp.55-56

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