Note personalità

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Molte persone illustri sono state affascinate dalla figura di Benedetta. Riportiamo alcuni esempi dal volume Abitare negli altri Testimonianze discorsi studi, a cura degli Amici di Benedetta, Stilgraf, Cesena 1984.



Ignazio Silone

Roma, 26 dicembre 1972
Gentilissima Signorina Cappelli,
Nei giorni scorsi ho pensato spesso a Lei e a Benedetta; ho passato il Natale con Loro due. Anche se ogni tanto il telefono o una visita mi distraevano, subito dopo il mio pensiero tornava a Lei e a Benedetta, e ne provavo una dolcezza indicibile. Lei non mi conosce e non vorrei che si facesse di me un’idea troppo positiva, non vorrei mentire, no, sono un pover’uomo […], ma mi è rimasta una certa disponibilità a infiammarmi bruscamente per qualche cosa di molto bello e puro.
Non so come ringraziarLa di essere venuta da me. Ma sono contento di avere resistito all’idea, nei giorni scorsi, di prendere il treno e di venire a Forlì, per renderle la visita. Ho 72 anni e non posso comportarmi, almeno esteriormente, come un ragazzo.
Ma, pensando a Lei e a Benedetta, mi sento ridiventare un ragazzo. La ringrazio di tutto cuore.
Suo
Ignazio Silone


Mons. Ennio Francia

Vaticano, agosto 1973
Benedetta è il miracolo con cui Dio ha voluto manifestarsi in questi nostri tempi.
Egli si è ridotto in una creatura così mortificata, così nullificata in cui la dimensione umana è puramente distrutta: è un Dio senz’occhi, senza braccia, senza tatto, il Dio contemporaneo è così: un Dio avvilito e straziato.
Così io ho sentito Benedetta.
Mons. Ennio Francia


Mario Pomilio

Napoli, 5 luglio 1975
Gentilissima Anna Cappelli,
Le sono grato del biglietto. Ma più, assai più, del dono. Sono stato toccato e turbato dalle lettere di Benedetta. Ma non so, non oso parlarne. Di fronte a una simile testimonianza ci si sente diminuiti, impari affatto al compito. Le sue parole suonano povere, non si può che ascoltare e tacere. Mi terrò il libro accanto, tra i volumi più cari, sapendo quante volte potrò farvi ricorso nei momenti difficili, o in quelli in cui vorrò riflettere.
La causa di beatificazione avrà sicuramente un esito positivo: auguriamoci solo che l’abbia presto. I miracolo, il mistero della santità: le pagine di Benedetta m’hanno fatto pensare lungamente a questo, con più forza e maggiore evidenza che quelle del “Diario d’un parroco di campagna” di Bernanos.
Di nuovo grazie. E i saluti migliori dal Suo
Mario Pomilio


 

Mario Lodi

[…]
Proprio dalla terra del Rubicone è venuta l’umiltà di una borghese. C’è un rovesciamento di valori, come nelle beatitudini: il messaggio più sconvolgente in un ambiente politico avido di potere. Nella lunga e incredibile sofferenza, ha dedicato tutta l’attenzione agli altri più infelici o sfortunati di lei, proprio quando, nel 1949, incominciava quell’esplosione di benessere economico che ci avrebbe condotto ancor più all’egoismo. “L’attesa di lui che amo” è la sintesi dell’accettazione del suo soffrire. Sintesi di fede e di amore: i due valori che uniscono e risanano le diseguaglianze. Anche la corona di amici va vista in questo contesto sacro. In Italia, messo al vaglio per purificare la fede e verificare l’amore.
Non so certamente scrivere la vita di un santo, ma non so più leggerla senza riferirla al momento storico in cui Dio ha compiuto l’epifania di sé.
Voglio aggiungere ancora che Benedetta e i suoi amici hanno compreso la parola di Dio: sono i primi figli del concilio ecumenico Vaticano II: la messa, la liturgia, la Bibbia sono continuamente il punto-luce da cui traggono, a cui volgono.
C’è molto da riflettere. Benedetta Bianchi Porro è una santa. In lei, Dio rivolge un messaggio agli uomini del nostro tempo.
Mario Lodi


Divo Barsotti

Firenze, settembre 1975
Più ferma d’ogni clausura, più fonda di ogni solitudine.
Il cammino di Benedetta è la rivelazione più pura della vita spirituale. Come aldilà di ogni segno si manifesta la ricchezza e la plenitudine dell’Amore, la verità della gioia!
Ben pochi hanno potuto e potranno dare una certezza come questa figliola che ci parla con tanta umile serenità quasi aldilà della morte.
Sac. Divo Barsotti


Giorgio La Pira

Firenze, 6 novembre 1975
“Il volto della speranza”, cioè il volto di Dio, di Cristo, di Maria, dei santi, delle vergini, dei bambini: è il volto che gli uomini - l’intero genere umano - cerca oggi con più intensità di ieri: vultum Domini requiram! È il volto che come polo orientatore guida la storia della chiesa e dei popoli!
Benedetta appartiene a questi “riflettori” ed indicatori del volto di Dio agli uomini del nostro tempo!
È un grande dono del Signore all’umanità intera.
Giorgio La Pira

 

Ersilio Tonini

Da una conversazione tenuta nell’abbazio di S. Mercuriale il 21 gennaio 1979
[…]
E non è incredibile che una creatura di questo genere, ridotta alla cecità, alla sordità, all’incapacità di parlare, ormai un tronco inerte, potesse, pur avvertendo, con l’autoironia che sempre l’accompagnava, l’umiliazione della sua condizione, gridare alla felicità e parlare del suo Dio con incantamento, ma forse è meglio dire “incantagione”? Il che spiega perché, raccontando di un prete tanto preso dall’amore di Dio che ad un certo momento saltò sulla seggiola per la gioia del parlare di Lui, Benedetta commenta: “Io lo capisco tanto bene”.
[…]
Ora è questo «qualcosa» che Dio ha svegliato, portandolo al massimo di intensità, di vibrazione, di tensioni fortissime e tenerissime, desideri purissimi e caldi e vasti, di partecipazione all’intimo di Dio, alla vita della Chiesa e dei fratelli. A leggere la vita, gli scritti Benedetta ci si accorge che pochi come lei hanno «realizzato di avere un’anima», come diceva Newman. E forse il disegno miracoloso sta qui: che fosse ridotta all’impotenza, alla scarnificazione del corpo, appositamente perché apparisse più evidente la potenza, per virtù di Dio, dello spirito. Ma c’è ancora di più. Noi potremmo pensare che una creatura come questa, quasi assorbita da Dio, con un corpo quasi inesistente, incapace di comunicare con le cose, dovesse essere totalmente assente al mondo delle cose concrete. È l’opposto. E qui sta uno degli aspetti più belli di questa creatura. A mano a mano che la invade, Dio ne raffina i gusti, la fa sensibilissima alle gioie della vita, all’amicizia, alle cose più belle del mondo. La vita è sempre più un miracolo per lei. E non viene primavera, senza che Benedetta, ormai in capace di vedere e di sentire, non l’avverta gioiosamente e non ne goda. E spinge le mani alla ricerca del raggio di sole, posato sul suo letto, per scaldarvi dentro la mano, per goderne, facendo festa delle cose magnifiche che il Signore ha creato.


 

Oscar Luigi Scalfaro

Conclusione di una meditazione, tenuta a Dovadola il 28 giugno 1981
Lo «Stabat» di Benedetta
« E sono contenta anche di aver sofferto questi anni, perchè è vero, è nella sofferenza che riusciamo a diventare più forti e saggi» 11 ottobre del ‘63 e morirà il 23 gennaio del ‘64. Ecco che l’ultima pagina del vangelo di Benedetta è: «non la mia volontà, la tua». Il Signore ha parlato tante volte della volontà del Padre e, ci ha insegnato nel Padre nostro, «Sia fatta la tua volontà». Quando è giunto nell’orto degli ulivi «abbiamo iniziato col tedio - non ha detto solo: «si faccia la tua volontà», ma ha dovuto piegare la propria umana natura e dire: «Non la mia volontà, ma la tua», perchè non bastava dire la tua. Ci voleva questo sforzo per dire a noi: «Lo so che costa piegare la natura umana. Lo so, ma io ti do la grazia per piegarla». Ed ecco che si chiude la vita di Benedetta. Giovanni ci viene in aiuto con un verbo riferito a Maria e alle donne: stabant. Maria stabat. Vicino alla croce non ha fatto un passo in più né uno in meno. Stabat come corredentrice. Questo verbo è scritto bene in questa ultima citazione della lettera a Nicoletta: «Nicoletta [...] tu mi hai dato quell’aiuto che io reclamavo per fermarmi qui, nella via crucis del Signore». Lo stabat vuole che si viva tutta l’offerta; che si stia dentro; che non si fugga. Per poter fare questo, occorre tanta umiltà, perché occorre tanto amore. Prima di chiudere, vorrei tornare alle prime pagine del Vangelo e ascoltare in silenzio la voce di Benedetta. La udiremo fresca, chiara - quasi quella della Madonna - dolcissima e sicura. Rivedo il volto di lei, incantevole, di una bellezza eccezionale, raccolta; quei capelli, tirati su, che lasciano libero il collo esile, delicato: un aspetto affascinante. E, allora, mi fermo; sento con emozione che adesso è lei che parla.
«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore».
Oscar Luigi Scalfaro


 

Sergio Zavoli

Rimini, settembre 1972
Una volta, in un’enfasi giovanile, confessai di non avere della morte «una sola idea che mi consoli”: non credevo, e del resto ancora non credo che uscirò dalla morte con un’altra vita. Tutto, dunque, tutto il visibile, si consumerà di venerdì. Ma è anche parte di me entrare nel mistero e visitarlo e starci senza malizia, in libertà: quello della sofferenza, ad esempio, che ha un volto storico così incessante. «Ciascuno porterà la sua croce e ne sopporterà il peso», mi dicevano, da ragazzo, negli innocenti oratori dei Salesiani. Poi la vita, mettendo la mia strada in quella degli altri, mi ha detto che la croce passa di mano in mano e perciò stesso riscatta un dolore indivisibile.
Ecco allora non ritrarmi più, non essere più respinto dalle lettere di Benedetta: essa mi chiarisce la vaga idea che ho del miracolo; la sua storia di dolore non è il cantico compiaciuto del proprio destino, non è una solitaria e soave follia della croce: è scontare su di sé anche il peso degli altri, è prendere il silenzio e la solitudine del dolore, cioè il «segreto» della salvezza, e dargli voce. Non per di re, ma per dare di sé.
Forse è questa la fede che risveglia di domenica, forse il miracolo è questo.
Sergio Zavoli


Padre Davide Turoldo

[…]
E’difficile raccontare una vita vissuta con tutte le fibre del corpo e dell’anima; una vita che non si esaurisce nell’ambito di una natura, per quanto ricchissima e stupenda, ma che si sublima in un permanente stato di grazia e in una tale pienezza di comunicazione da presentarsi come un crocevia di vite, come un nodo singolarissimo e saldo di tempi e di generazioni.
Una popolazione intera attraversa la breve esistenza di Benedetta, la moltitudine popolerà il deserto della sua piccola cella. Qui c’è il Regno di Dio in espansione; qui passano le strade invisibili del mondo; i fili del bene e del male, le storie della vita e della morte, le ansie della nostra salvezza; le voci delle missioni, la presenza della Chiesa, il dialogo sulla realtà eterna; da qui partono e si diramano altre vite che vanno a far fiorire altri deserti. E tutto intorno a un letto, tutto attraverso quel corpo triturato dal male, attraverso quella creatura così esile e disarmata.
[…]
La storia di Benedetta è soprattutto questo, anche se è naturalmente molte altre cose: un’ulteriore conferma clamorosa — specialmente perché avveratasi nella materia fragile — che il cristianesimo è possibile, che Cristo è reale, che il Regno di Dio è fra noi con tutto il suo tesoro di gioia e di amore e di innocenza e di verità e di forza e di vittoria, come forse noi stentiamo a credere.
Il nostro, ancora una volta, o meglio come sempre, è un Dio che elegge le creature più deboli per confondere le forti. E anche questa volta la lezione [… ci viene] da una stanza dove una fanciulla lentamente arde e si consuma fino a ridursi a un tenuissimo filo di voce, in una costante lucidità che ha del prodigio; in una progressiva pazienza che la porta alla gioiosa immolazione; in una semplicità che è fanciullezza evangelica, cioè di riconquista e di grazia; in una comunione con la vita che neppure la morte ha distrutto, anzi (lo si sente), la morte ha garantito e ampliato in chi sa quali dimensioni, per sempre.

Cfr. Siate nella gioia, a cura e con un’introduzione di David Maria Turoldo o.s.m., CISCRA EDIZIONI, Villanova del Ghebbo (Ro), 2002 7 pp. 10 e 11


Mons. Angelo Comastri

Benedetta,
tu sei stata uno strumento di Dio
per seminare speranza nella strada del dolore:
del nostro dolore.
Tu, senza camminare,
c’insegni la strada della vita.
Tu, senza sentire,
ci fai scoprire la voce di Dio.
Tu, senza vedere,
guidi noi ciechi
nella veloce passerella della vita
verso l’Incontro, verso la Luce.
Benedetta, aspettaci!
Parla di noi al Signore
Con la tua dolcezza umile,
serena, luminosa.
Benedetta, grazie
Per il bene che ci hai fatto!
Benedetta, grazie per il bene che ci fai!

Da Comastri, A., Santi dei nostri giorni, Edizioni Messaggero, Padova, 2001, pp.55-56