Sirmione - Convegno del 23 ottobre 2004 -
Dove abita la felicità?
Dott. Mario Sala
Grazie, confesso che in questo momento mi viene voglia di scappare per due motivi: il primo è che dovrei essere qui ad ascoltare anziché a parlare
perché non conoscevo Benedetta.Ho avuto notizia di lei solo l’8 maggio di quest’anno, perché in un convegno di lavoro a Lugano fui avvicinato da una persona,
presente in questa sala, che mi ha chiesto di venire qui il 23 ottobre. Gli ho detto che il nome non mi era nuovo, ma conoscendola poco come avrei fatto?
Con una certa autorità mi fece arrivare dei libri. Quindi, il primo motivo per cui vorrei scappare è il fatto che molti di voi conoscono straordinariamente
più di me Benedetta, perché la mia conoscenza sta nella possibilità d’immedesimazione che ho avuto con lei dall’8 maggio ad oggi leggendo i libri.
Sono uno che deve raccontare qualcosa di Benedetta, o spiegare cosa Benedetta ha prodotto in lui in questi mesi conoscendola da molto tempo meno di voi.
Il secondo motivo per cui mi viene voglia di scappare è la dotta apertura di Arduino e per la relazione di don Sigalini.
Io non ho certamente la loro preparazione culturale, ho poche citazioni in testa e all’ultimo momento mi dimentico chi abbia detto molte di queste,
quindi accettate queste mie poche parole come testimonianza, per misera che possa essere, del rapporto che Benedetta ha desiderato instaurare con me
in questi mesi attraverso le letture e la capacità d’immedesimazione in lei che mi è stata data.
Per prima cosa vorrei rispondere tout court alla domanda del convegno: Dove abita la felicità?
La felicità, secondo me, è una persona che ti dice: «tu non morirai mai». Proprio prima di venire qua, ero con un’amica che mi ha fatto vedere la sua bambina,
che ha avuto da poco: una bambina bellissima, tutti eravamo a guardarla. Era incredibile vedere il modo in cui la mamma la guardava, era un modo pieno
non di speranza nel futuro, ma di certezza: tu non morirai mai.
L’amore sarebbe una grande tristezza se non avessimo questa certezza, secondo cui l’amato o l’amata non morirà mai.
Saremmo costretti a scordarci qualcosa e l’amore sarebbe terribile se tutto finisse in nulla. Però, come autorevolmente è stato detto prima di me,
noi non siamo capaci di dire ad una persona: «tu non morirai mai». Non ne abbiamo il potere.
Ma la felicità è proprio l’incontro inaspettato con qualcuno (e Benedetta quanti ne ha incontrati!) attraverso la cui persona ci viene la notizia inaspettata,
e ci arriva in un modo così carnale, così presente che non è un pensiero che poi se ne va, ma una presenza che si rincontra.
Io sono ridiventato cristiano a ventidue anni e mezzo quando ho sentito un esempio. Mi piaceva molto una ragazzina di CL che mi invitò agli esercizi
spirituali. Mi ricordo che pur di poter stare un po’ con lei ci andai, e pur venendo da una famiglia borghese di Milano, accettai di andare in pullman
fino a Riva del Garda, anziché andarci con la mia macchina.
Naturalmente appena misi piede sul pullman quella non mi guardò più, aveva già ottenuto il suo scopo.
Per giunta il ritmo degli esercizi era tale per cui tra lezioni e silenzio non c’è stata possibilità. Di quegli esercizi predicati da don Giussani,
capii molto poco, ci fu anche lo sciopero dei treni e non potevo neppure tornare a casa.
Il tema degli esercizi era la presenza di Cristo nella storia; l’ultimo giorno ci fu una specie d’assemblea in cui un ragazzo di Napoli,
cui devo veramente tanto, chiese a don Giussani che cos’è la presenza di Cristo. Ci fu un gran brusio perché da tre giorni che ne parlava.
Lui fece un esempio: mettiamo un ragazzo molto innamorato di una ragazza, che i primi tempi non può esporsi, ma non riesce a pensare ad altro.
Il lunedì è nell’atrio dell’università a parlare della partita del giorno prima in cui ha vinto il Milan.
Inaspettatamente dall’atrio entra lei e si unisce ai ragazzi che stanno parlando. Lui è contento, ma non può esporsi, quindi continua a
parlare della partita, ma in modo diverso, con un altro tono, come investito di una presenza nuova.
Giussani terminò dicendo che la presenza di Cristo per lui era non simile, ma identica a quest’esempio.
La prima provocazione che mi hanno proposto i libri su Benedetta che mi sono stati consegnati è questa: Benedetta è stata molto amata,
quindi tutto quello che le è successo è stato come investito di una presenza nuova.
Quello che le è capitato sarebbe potuto capitare, ed è successo, ad un altro che non avesse fede.
Perché il sacrificio non lo fanno solo i cristiani, ma tutti gli uomini; ma, come dice Benedetta in uno dei suoi pensieri,
è Dio che dà valore al nostro sacrificio.
Benedetta veramente è stata innamorata al punto tale che tutto è stato fatto come se fosse investita di una presenza nuova.
Questa è la prima cosa che veramente mi ha impressionato.
Poi, o Sant’Agostino o San Tommaso, non ricordo bene, diceva che nell’esperienza di un grande amore tutto accade nel suo ambito.
È vero: da innamorati, se andassimo in tram a Milano e vedessimo un signore con un porro gigantesco sulla faccia, appena scesi dal tram chiameremmo
la fidanzata per dire: “Sai cos’è successo? Ho visto un signore con un porro!”. Quindi, in un grande amore tutto accade nel suo ambito.
Nell’esperienza di Benedetta tutto è accaduto nell’ambito del rapporto di Cristo con lei; quello che mi ha davvero colpito, commosso, impressionato e
provocato è che anche in questo rapporto, come in ogni rapporto non sulle nuvole, ma realistico, carnale, c’è la paura, la ribellione, l’accettazione.
È così reale il rapporto che Cristo aveva con Benedetta che non c’è nemmeno bisogno di sublimarlo, c’era tutto dentro. Veramente la felicità è una persona
che ti dice che non morirai mai.
L’esigenza e il desiderio di felicità ce li troviamo addosso dalla nascita, e questo desiderio è suscitato e diventa consapevole tramite gli incontri
che facciamo, i desideri che abbiamo; in questo momento in cui parliamo non c’è evidenza più grande del fatto che proprio questo momento e in quello
che verrà dopo non li produciamo noi, non possiamo far vivere il tempo che ci è concesso, così come non è merito nostro se in questo momento gli alberi
stanno facendo la sintesi clorofilliana, necessaria a noi per vivere.
Noi non ci facciamo da noi, e della nostra vita sappiamo molto poco, non sappiamo se saremo ricchi o poveri, fortunati o sfortunati, che incontri faremo.
Non ci facciamo da noi, quindi o la vita è un grande cinico caso, o la vita è di un Altro. Però, se noi non ci fabbrichiamo da noi, non ci è stato
fabbricato neanche il desiderio di felicità o di totalità. Quindi, di nuovo, o questo desiderio è stato creato da un cinico che gode a vedere l’inadeguatezza
di questo desiderio insopprimibile, oppure tutto ha un senso.
La cosa impressionante è che l’umanità in tutti i tempi si è arrovellata tra mezze risposte (è il caso, è cinismo, è Dio) e ad un certo punto non è
stata più una congettura o un alto pensiero umano a dare un senso alla domanda su dove abiti la felicità, ma è la felicità si è fatta persona:
ad un certo punto della storia un uomo ha detto: «Io sono Dio». Di nuovo, non solo dividendo le persone, ma dividendo i nostri stessi cuori perché
dovevamo prendere una posizione: o è un pazzo o è vero, e se è vero, occorre prenderlo in considerazione.
Nessun uomo sa rispondere alla domanda «Dove abita la felicità?» a meno che non sia pazzo, perché è la felicità che si è fatta incontro all’uomo
e questa è una notizia incredibile.
E la felicità si è fatta incontro all’uomo attraverso un avvenimento inaspettato, l’avvenimento di Gesù e la continuazione reale nella Chiesa,
un avvenimento tanto inaspettato quanto inaspettatamente quella ragazza entra nell’atrio a parlare con i suoi amici.
Benedetta ha tenuto desto quest’avvenimento per tutta la vita. Quindi, è impressionante, è un avvenimento che ci dice dove abita la felicità,
non una congettura del nostro pensiero.
Ad un certo punto della storia un uomo si è detto Dio e ci ha comunicato che non moriremo mai. Quando c’innamoriamo lo facciamo al punto di desiderare
davvero di non morire, né noi né l’amato. Amiamo l’altro perché tutto in lui parla di Cristo. Può essere consapevole dentro l’esperienza cristiana o
inconsapevole al di fuori della presenza cristiana, ma quando c’innamoriamo lo facciamo appunto perché tutto nell’altro parla di Cristo e gli incontri,
che ci destano sempre questo desiderio, sono manifestazione di Lui che si rende presente attraverso le persone.
La cosa importante per me di Benedetta, e scusate se dico una bestialità perché la conosco da poco, è non tanto la sua forza e la sua volontà;
ciò che più mi ha impressionato è la sua intelligenza nel rapporto con Cristo. Questo perché Benedetta fa molto più che una richiesta d’ammirazione per
la sua vita, ammirazione che molti uomini sono disponibili ad attribuirle e nel momento in cui lo fanno accentuano la distanza tra le virtù eroiche di lei
e le proprie incapacità e miserie. Benedetta non si è posta con i suoi amici in questo modo. Ci ha avvisato che il suo itinerario di vita è identico al
nostro.
Tutti gli uomini sono chiamati all’esperienza di un gran desiderio di vita e ad una forma, con cui questo desiderio è immaginato dall’uomo,
che deve essere sacrificata. Questa è la cosa da cui non si può scappare e di cui Benedetta ci avverte. È come se dicesse ad ognuno di noi:
«Attento, ti avverto perché ti voglio bene: non sono solo io, perché ho avuto questa malattia, ad esser stata chiamata ad un itinerario speciale.
La tua vita è chiamata allo stesso itinerario, ad un gran desiderio, a immaginare delle forme di realizzazione di questo desiderio; ma la modalità
con cui immagini la realizzazione di questo desiderio, nella storia è sacrificata, il compimento del desiderio avviene diversamente.
Se ti sembrerà che il desiderio non si realizzi perché non si realizza la forma con cui avevi immaginato si realizzasse, non preoccuparti:
il desiderio si adempie, ma si adempie secondo modalità che Dio conosce, per realizzare pienamente quel desiderio di felicità che Gesù stesso
ti ha messo dentro.”
L’altra cosa che mi ha colpito veramente di Benedetta è questa. A volte penso che quando ho desiderio di felicità, Gesù debba intervenire. Invece no,
il desiderio di felicità è già Cristo. Bisogna pregare perché questo avvenimento, come è capitato a noi, capiti a tutti gli uomini, perché,
diceva qualcuno, solo lo stupore conosce, ed infatti Benedetta era una donna stupita. I suoi amici hanno capito questa cosa, tant’è vero che
Nicoletta in una lettera del 2 ottobre del 1960, scrive: «La nostra strada è la croce: una strada che rompe tutti i nostri criteri, perché è segno
del criterio di un Altro, ma che possiamo amare perché da un senso a tutti i minuti, a tutte le cose, a tutto.».
Anche ai suoi amici, Benedetta è riuscita a comunicare che l’itinerario sarebbe stato in modalità diverse e simili, perché questo è l’itinerario della
salvezza, cui sono chiamati tutti gli uomini.
L’altra cosa che mi ha colpito tantissimo è quanto Dio ha bisogno degli uomini, della nostra libertà. Dio è allo stesso tempo invadente e discreto,
ha bisogno della nostra libertà e del nostro sì. Ieri con un gruppo di amici commentavo che la Madonna è forse stata la prima persona che con il suo sì
ha intravisto quest’itinerario di tutti gli uomini, cioè il fatto che la vita si realizza con i criteri di un Altro e attraverso il sacrificio delle
forme che c’immaginiamo per esaudire il nostro desiderio; ma questo accade attraverso un avvenimento, un incontro, attraverso qualcuno che
inaspettatamente entra nell’atrio.
Chi ama si mette nelle condizioni di aver bisogno dell’altro, tanto più ama tanto più non desidera affrancarsi dalla persona che ama.
Così fa Dio con gli uomini, ci ama a tal punto, e Benedetta è esempio di questo, che non se ne farebbe nulla di un amore che non fosse libero.
Immaginate una mamma che ha una bambina di tre anni e quanto si commuove quando la bambina un giorno fa un disegno, e corre ad abbracciare la mamma per
farle vedere il disegno. La mamma si commuove, ma si commuove ancora di più quando un figlio ha trent’anni, può ormai girare il mondo da solo, e decide
di tornare a casa ad abbracciare la madre. Così è Dio con noi, e Benedetta ha vissuto questa cosa in modo lucido, drammatico, e veramente avventuroso.
Era consapevole che il suo sì o il suo no o il suo ni era decisivo.