La mamma di Benedetta Bianchi Porro, Elsa Giammarchi, morta a Sirmione lo scorso 28 giugno, aveva accompagnato e servito la figlia fino alla morte avvenuta il 23 gennaio 1964 a 28 anni.
Aveva visto molto di ciò che accadeva in Benedetta e attraverso di lei, ma era restia a raccontare di sua figlia, come conferma chi la conosceva più da vicino. Negli ultimi anni sia nei dialoghi personali sia in alcune interviste Elsa Giammarchi aveva, però, più volte testimoniato ciò che lei stessa aveva scoperto attraverso sua figlia, che lei definiva la sua “guida”. Già nel 1971, inoltre, aveva fornito una lunga testimonianza pubblicata nel libro, a cura di Anna M. Cappelli, Il volto della speranza con scritti di Benedetta e testimonianze di altri familiari ed amici. Il racconto è del dicembre 1971. Il 12 dello stesso mese fu aperta solennemente nella Cattedrale di Forlì la causa di beatificazione.
Elsa descrive, con i particolari che solo una mamma può conoscere, il suo rapporto con Benedetta fin dalla scelta del nome che anticipa già il mistero di cui entrambe saranno oggetto. «Avevamo scelto per lei un altro nome, Bianca Maria Grazia - racconta - se non che, il giorno successivo alla nascita, la bimba ebbe una forte emorragia intestinale e mi fu detto dal medico e dall'ostetrica che sarebbe morta. Una vicina di casa mi portò dell'acqua di Lourdes e io la battezzai con il nome di Benedetta; la benedissi col nome stesso, poi me la tenni a lungo fra le braccia. L'emorragia cessò e Benedetta visse. Il medico fu molto sorpreso della cosa».
Elsa racconta della “via crucis” che Benedetta viveva con grande libertà diventando un segno per gli altri e prima di tutto per sua madre. «Fu appunto in una mattinata per me molto laboriosa che, stanca ed esasperata, la presi di peso e la gettai sul suo letto; cadde così, con le braccia aperte e con la testa dolcemente inclinata su una spalla: mi fece ancor più stizza il vederla così dolce e disponibile e, dovendola lavare, le tolsi con poca delicatezza la vestaglia, poi la camicia. Improvvisamente vidi, attraverso lei, la figura del Cristo crocifisso. Piansi e le domandai perdono. “No, no”, disse, “sono io, mamma, che devo domandare perdono a te, perché si vede che queste cose non te le so domandare abbastanza bene”».
Più volte la madre racconta della misteriosa libertà di Benedetta che cresceva con l'aggravarsi della malattia e trovava la sua sorgente in Dio. «Ricordo - continua Elsa - quando, per un suo compleanno, le regalai un uccellino in gabbia e le dissi: “Vedi, Benedetta, ora quel passerotto è in gabbia come te”. “No, no”, rispose, “io, mamma non sono mai stata tanto libera come da quando sono immobile”. Per la ricorrenza del S. Natale voleva che Corrado e Carmen preparassero, nell'angolo più umile della casa, il presepio. E lei lì, ogni mattina, ogni sera, si fermava, raccolta, immobile in preghiera; sembrava una statua, eloquente, discesa dal cielo». E ancora. «Una volta le dissi: “Mi sembri soltanto figlia di Dio ma non più mia figlia”. E lei mi rispose: “Sì mamma, prima di tutto figlia di Dio”».
Il rapporto con il mistero della presenza di Dio non toglieva a Benedetta la sua umanità, come conferma ancora la madre: «Quando Benedetta ricevette la cartolina in cui si confermava la sua iscrizione al pellegrinaggio a Lourdes, mi pregò di lasciarla un poco sola, e s'immerse in preghiera. Ma, ad un tratto, suonò due volte il campanello, per richiamarmi. Ero in giardino e non sentii. Mezz'ora dopo, quando rientrai nella stanza di Benedetta, lei mi rimproverò dolcemente: “Mamma, perché non sei venuta quando ti ho chiamata? È avvenuta una grande cosa: la notizia che potrò andare a Lourdes mi ha fatto lacrimare… Ho potuto di nuovo piangere, mamma. Volevo che tu toccassi le mie lacrime”. Da tempo Benedetta non poteva più piangere».
E proprio nei pellegrinaggi a Lourdes Benedetta mostrò, con un'attenzione alla realtà e alle persone che non era più frutto di generosità, di essere diventata strumento della presenza di Dio. Racconta ancora la signora Elsa: «Un giorno, quando la partenza per Milano era ormai imminente, Benedetta e Maria si ritrovarono accanto, davanti alla Grotta dove erano state trasportate in barella, per un ultimo saluto alla Madonna. Maria era disperata, singhiozzava forte. Benedetta allora le prese la mano e la strinse fra le proprie, congiunte come pregando in vece sua: “Maria! La Madonna è lì, la Madonna ti guarda! Maria! Diglielo alla Madonnina!”. Poco dopo Maria camminava fra le barelle e le carrozzine pazza di gioia. Benedetta, poi, non parve affatto sorpresa, soltanto emozionata e felice».
La sintesi del mistero che ha toccato le due donne, madre e figlia l'una dell'altra, è nella pagina che racconta il giorno della morte di Benedetta: «Era il 23 gennaio 1964: al mattino l'infermiera mi disse: “Benedetta oggi muore”. Io non le credetti, ma l'infermiera, Emilia, ripeté: “Muore, me l'ha detto lei stessa questa notte; e tu Carmen, prima di andare a scuola vai a salutare tua sorella, perché sarà l'ultima volta”. Carmen s'avvicinò a Benedetta che le disse: “Carmen sii più buona che brava”. Vedendo che il respiro di Benedetta si faceva affannato, per distrarla, notando un uccellino sulla finestra, le dissi: “Benedetta, che cosa vedo, c'è un uccellino”. Mi chiese: “Da quale parte?”. “Alla tua destra” risposi. E lei, che non aveva da qualche mese neppure più la voce, si mise a cantare. L'infermiera insisteva: “Non sente, signora, è una voce di cielo, un angelo è sceso in questa stanza, Benedetta muore!”. Io, Benedetta la vedevo normale, ma rimasi agitata. Andai in cucina a prendere del tè. Vidi uno sciame di uccelli e c'era nebbia. In giardino scorsi una macchia bianca e pensai: Carmen andando a scuola ha gettato della carta. Scesi per toglierla, ma vidi che era una rosa bianca sbocciata. Tornai subito a dirlo a Benedetta. Lei mi disse come trasalendo: “Mamma, questo è un dolce segno”. E incrociò le braccia sul petto. “Te la vado a prendere”. Mi rispose: “no, aspetta ancora un po', non è ancora il momento”. Poi Benedetta mi chiese di leggerle l'ultima lettera di Lucio in cui egli parlava del trionfo della croce. Dopo un poco, vedendola assorta, le chiesi: “Cosa pensi?”. E lei mi rispose: “Sto pensando a quello studente di “Epoca” (era un giovane disperato)”. “Vuoi scrivergli Benedetta?”. Lei con un penoso balbettio mi rispose: “Prima dovrei pregare, e non ho più tempo… dillo a Maria Grazia”. Parve assopirsi. Dopo un poco mi chiese di ripeterle la “leggenda del mendicante e del re”, ma io lì per lì non capii, mi sovvenne più tardi.
Poi Benedetta mi chiese che le leggessi l'ultima pagina de “La storia di un'anima” di S. Teresa. “Ma abbiamo finito ieri” le dissi. “No, mamma, manca l'ultima offerta”. Lessi fino in fondo e Benedetta mi disse “Grazie”.
Benedetta cominciò a star male. Chiamammo il medico, le fece una puntura. Soffrì molto e chiese: “Cosa mi fate ancora?”. Poi aggiunse: ”Grazie!”. E morì».
Giovanni Amati