Sirmione, 23 ottobre 2004 - Associazione per Benedetta Bianchi Porro
Dove abita la felicità?
Sac. Domenico Sigalini
Premessa
Siamo chiamati a rispondere a questa domanda esistenziale profonda, difficile, tanto comune da essere scritta nelle nostre vite da sempre, ancora prima che ce ne potessimo rendere conto, di fronte alla vita di Benedetta Bianchi Porro, quasi come fossimo venuti oggi da lei ad attendere una risposta. E vorrei in punta di piedi poter entrare nella intimità della sua vita, forzare il sacrario della sua coscienza per avere qualche indicazione di ricerca della risposta, se non la risposta vera, non prima di aver cercato di capire che cosa stiamo cercando quando vogliamo sapere dove abita la felicità.
La domanda di felicità.
E' una questione più grande di noi; non è certo un'indagine di mercato che ci aiuterà, nemmeno solo il dare il nome a qualche sensazione. Possiamo interrogare la nostra esperienza, la filosofia, la saggezza degli uomini che ci hanno preceduto. Al riguardo siamo più abituati però a farci domande sulla sofferenza. Che senso ha patire? Perché c'è tanto male nel mondo? Perché l'uomo continua a farsi del male e a far del male agli altri? Quando finirà questo odio che semina solo dolore e sofferenza? Questo perché è carico di angoscia e talvolta è senza risposta. La sofferenza la proviamo, la vogliamo eliminare e, non riuscendo, stiamo ad accanirci sul perché.
La domanda di felicità invece è un desiderio, ci sta davanti, è orientare tutta la vita a una conquista, mentre la sofferenza ci colloca in difesa. Non occorre convincerci che siamo fatti per la felicità, perché la cerchiamo sempre, istintivamente, automaticamente. E' scritta nel nostro DNA. Anche se mette in crisi la stessa esistenza umana. Dice E. Wiesel nel suo ultimo romanzo: Quando uno dei membri del nostro piccolo gruppo di folli osava evocare la felicità come uno scopo, un dovere o un'eventualità, Diego esclamava, scoppiando a ridere: "Ehi, ragazzi! Guardatelo! Finalmente qualcuno che crede alla felicità! Merita un premio! Il gran premio del secolo degli imbecilli".(1)
Di diverso avviso sarà Benedetta che scrive: "la coscienza della mia propria felicità mi inebria e mi dà attimi di vera estasi spirituale. Certe volte ne ho persino timore, timore di perderla facilmente per averla acquistata a troppo piccolo prezzo." (2) (Era ancora prima della grande prova). Noi sappiamo però che ogni persona cerca sostanzialmente di essere felice. Tutti vogliono stare bene. Se c'è qualcosa che interessa a tutti è di poter essere contenti, di dare risposta a tutte le domande che salgono dall'esistenza, dal mangiare al bere, al sentirsi di qualcuno, alla soddisfazione dei propri desideri o istinti. La vita è un gioco di domande, di esigenze, di desideri, di passioni, di sete e di fame di qualcosa, di sogni e di visioni positive per la propria vita. Da piccoli è istinto di sopravvivenza, di conservazione, è calcolo biologico, è sorriso per esprimerne il possesso e pianto per invocarne la presenza. Quando cominciamo a ragionare a renderci conto della posta in gioco si fa furbizia e sequenza logica di atti, è pretesa nei confronti degli adulti, è conquista di piccole e grandi lotte. Si diventa più esigenti, si scopre che la nostra umanità non ha bisogno solo di soddisfazioni materiali, ha bisogno di progetti, di relazioni. Gli strumenti di comunicazione di oggi allargano l'immaginazione e ampliano il desiderio di felicità, perché fanno intravvedere nuovi mondi possibili, ci mettono a contatto con altre vite, altre possibilità. E quando a un certo momento nella vita scoppia l'amore, che scombina tutti gli altri desideri e crea una nuova unità, appare anche una nuova idea di felicità e così si continua. Felicità è formarsi una famiglia, felicità è avere figli, felicità è avere un buon lavoro e guadagnare abbastanza per vivere, felicità è trovarsi in pace con tutti, felicità è star bene di salute, felicità è vivere una vecchiaia autosufficiente...
Alcune caratteristiche della felicità che cerchiamo ci aiutano a individuarla meglio:
Una ricerca da fare assieme
Felicità non è una ricerca in solitudine, è spesso progetto che coinvolge altri, la vita a due per esempio, la vita di una famiglia, di una associazione, di un gruppo. Per raggiungere la felicità siamo pronti a fare accordi, a cedere qualcosa ciascuno per ottenere felicità assieme.
Già questo fa percepire che occorre condividere, uscire da sé. E' il primo salto di qualità nella ricerca della felicità. Si parte dall'interno, la si crede dimensione privata, riempimento di risposte e soddisfazione di istinti, ma prima o poi ci si accorge che per avere felicità occorre uscire da se stessi.
Un progetto che ci sta davanti
Ma tutto questo non porta a felicità se non si punta alto assieme, se non si ha davanti una meta se qualcuno non ci aiuta a dire che cosa è vera felicità. Felicità è sempre un insieme di desideri e di progetti, è il passo successivo di una semplice attesa, è un modo di pensare la vita; è aver applicato all'attesa un progetto, aver preparato un cammino su cui sviluppare le proprie capacità, le potenzialità, il genio, la furbizia, la volontà. Una responsabilità personale, non un fatto automatico
Dice uno dei catechismi della CEI, "la vita non è una nave tranquilla che scivola da sola verso il porto della felicità. Su di essa in ogni momento siamo impegnati noi come timonieri, con la responsabilità di definire la rotta. A noi tocca decidere quale esperienza fare dell'amore, come affrontare i giorni della solitudine, che tipo di felicità ricercare, he senso dare ai nostri insuccessi, come investire le nostre qualità a favore della vita di tutti, che direzione dare all'economia, alla scienza, alla politica. Anche quando incrociamo le braccia e ci lasciamo portare dalla corrente, non smettiamo di essere noi i responsabili della nostra vita. Tante persone ci possono aiutare, nessuno ci può sostituire nel rischioso mestiere di vivere."
E' facilmente contraffatta
Felicità è' avere soldi, avere successo, salute, potere, controllo, ambizione? Potremmo descrivere tutti i dolci inganni che ci costruiamo. E' fin troppo facile vedere come ci si adatta facilmente ad abbassare il livello della felicità. Non voglio nemmeno guardare con furore giacobino a queste pezze di felicità che andiamo cercando. Sono forse l'unica strada che ci rimane per capire che la sete è sempre più grande. Invece ciascuno la adatta a sé, la confonde con la risposta ai bisogni. Ciascuno ha la sua fabbrica di botole per tombini. Per ogni desiderio che gli crea un buco nella vita si fa una botola per spegnerlo, ma il vuoto si sposta a macchia di leopardo, come le buche delle talpe nei prati, ed è costretto a mettere botole ovunque, per passarci sopra con una vita decente.
Questo stadio già ci dice che esiste una cammino che tutti dobbiamo fare e che forse siamo stati abituati a fare ogni giorno da chi ha avuto pazienza di insegnarci, di aspettare, di accettarci dopo i nostri ostinati tentativi. Non abbocchiamo più ai venditori di almanacchi. Siamo riusciti ad alzare il tono della nostra ricerca, non disprezziamo i sentimenti tenui, le piccole gioie della vita, ma siamo convinti che sono solo un segno, degli indicatori di direzione, ma non la felicità vera.
Un salto di qualità nella ricerca di felicità.
C'è qualcuno che può dire senza ingannarmi: sarai felice se... La pienezza della gioia é.... C'è qualcuno che mi può dire dove sta la pienezza della vita, che non mi dice che devo far tacere i sogni, ma che posso realizzarli? Quando un giovane cerca di notte la discoteca guarda i laser che tagliano il cielo, indicano la direzione di partenza ed è quella che a loro serve, ma a noi serve il punto di arrivo. E si perdono nel buio. C'è un laser che mi indica non solo la direzione giusta, ma l'obiettivo, lo scopo finale vero? Soprattutto esiste qualcuno che è la felicità, che mi toglie dall'attenzione alle cose, ma che mi riempie lui come persona di felicità perché è la felicità stessa?
Voglio avere vita piena, voglio una vita alla grande, non mi interessano le mezze misure, non mi adatto al galateo con cui mi state ingessando la vita. Vivo una vita sola e la voglio vivere al massimo. Non mi dire che bisogna tenere i piedi per terra, che devo cominciare a mettere la testa a posto, che è finito il tempo delle pazzie. Non voglio limiti, non m'interessa se è una vita spericolata o piena di guai, io voglio vivere una vita piena. Questo chiese a Gesù quel giovane ricco.
Ebbene, Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo, gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.
E Gesù allora gli spara una raffica di verbi: Va', vendi, regala, vieni e seguimi.
Siamo in grado di formulare una domanda così di felicità? Già formulare così la domanda è indirizzarci a una risposta: la felicità è una persona, non possono esserlo le cose. Diceva Giovanni Paolo II in un memorabile discorso fatto ai giovani durante la GMG 2000, un discorso del resto che è un leit motiv dei suoi insegnamenti ai giovani: "E' importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il "che cosa". La domanda di fondo è " chi": verso "chi" andare, "chi" seguire, "a chi" affidare la propria vita.
"Voi pensate alla vostra scelta affettiva, e immagino che siate d'accordo: ciò che veramente conta nella vita è la persona con la quale si decide di condividerla. Attenti, però! Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione". (3)
Anche nella esperienza più bella di una vita a due, dove l'amore porta felicità, dove l'altro è il punto di arrivo di tante aspirazioni, di tanti sogni, dove la possibilità di stringere a sé la felicità è qualcosa di concreto, profondamente umano, scritto nel nostro statuto di persone, anche lì si apre una voragine, una ricerca che vuol andare più in profondità; la felicità abita altrove. L'uomo non si sente padrone della felicità e non può pretendere da solo di procurarsi la felicità di cui ha bisogno.
Continua il Papa:
Ebbene, cari amici: non c'è in questo la conferma di quanto abbiamo ascoltato dall'apostolo Pietro? Ogni essere umano, prima o poi, si ritrova ad esclamare con lui: "Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna". Solo Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio e di Maria, il Verbo eterno del Padre nato duemila anni or sono a Betlemme di Giudea, è in grado di soddisfare le aspirazioni più profonde del cuore umano.
Nella domanda di Pietro: "Da chi andremo?" c'è già la risposta circa il cammino da percorrere. E' il cammino che porta a Cristo." (4)
Un facile corto circuito
E' una risposta che può avere il sapore di un corto circuito, mentre vorremmo ancora indugiare a interrogare la nostra vita, a dirci dove abbiamo trovato felicità, dove siamo stati felici, chi ci ha aiutato a vincere quella voglia di prendere la finestra di corsa. Certo può essere un corto circuito se la prendiamo come rispostina del catechismo, come formula che fa tacere il problema, come un'altra botola che chiude un tombino; ma nessuno la crede se non regge alla prova della vita.
In questo profondo rapporto con Dio si colloca la ricerca della felicità di Benedetta Bianchi Porro e la sua esperienza drammatica ci aiuta a continuare la ricerca; perché proprio non è ancora finita.
La discontinuità e lo scandalo del percorso cristiano.
Filosoficamente potremmo avere fatto un buon percorso. Abbiamo visto che la felicità non ce la possiamo dare, che non ne siamo padroni, che siamo fatti per volare da aquile e non per razzolare come polli. Fin qui una nobilitazione della nostra dignità che non è dato a tutti comprendere, appare almeno plausibile, ma la strada che offre Cristo si porta dentro uno scandalo, un grosso ostacolo: la croce. Il mistero della felicità sta solo nella risurrezione e la risurrezione è anticipata dalla morte.
Ci aiuta Gesù a capire questo ultimo tratto della nostra ricerca.
Gesù ha trovato la felicità, è la felicità, ma è passato attraverso la croce.
Questa nostra struttura di persona, grande nel sogno di Dio (cfr. Salmo 8, 1 Gv.), rovinata dal peccato, contaminata da una libertà sottousata o usata male, deve lasciare il posto a una nuova vita, deve morire per rinascere nuova. E' l'affanno con cui Gesù "si sgola" per farlo capire agli apostoli. "Pietro t'ho portato sul Tabor, là hai visto che squarcio di felicità ci attende, è da una vita che ti sto dicendo che è la risurrezione il punto più alto della creazione e tu ti attardi ancora a scandalizzarti della croce. Perché non guardi più avanti, perché non allunghi lo sguardo oltre? E' la nostra difficoltà antropologica: non essere capaci di guardare oltre.
La nostra fede, la Chiesa in cui viviamo ha come fondatore, come centro non un vegliardo morto carico di anni, attorniato dai suoi discepoli commossi, come può essere stato Mosè o Budda o Maometto, ma un uomo che muore solo, con un grido, nel pieno dell'età, come un assassino, come un maledetto da Dio e dagli uomini. Così era sembrato a quelli che distrattamente si erano visti rovinare la vigilia di un grande sabato, mentre si affrettavano per le strade di Gerusalemme a fare le spese per la festa, così lo pensavano i preti del tempio, così purtroppo temevano che fosse i discepoli che si vedevano sfumare in un crudele inganno le speranze di una vita. Dove è quel Gesù che guariva corpi e anime, che dava fiducia e scatenava gioia?
Anche Lui è finito come tutti. Siamo stati ingannati. Quella croce conficcata su una collina, sembra dirci che non c'è niente di nuovo sotto il sole. Fotografa gli ultimi illusi di 2000 anni fa, in attesa di altri che li seguiranno. C'è sempre qualcuno che tenta di uscire dalla monotonia della vita, di dare uno scrollone alle sventure, di osare dare gambe ai sogni, ma la legge inesorabile della morte azzera tutto; quella croce riporta tutti a una infinita partenza.
Dice Luca, dopo aver descritta la tragedia del luogo del teschio, dopo aver descritto il finale per nulla americano del personaggio Gesù: "le donne, il giorno di sabato, osservarono il riposo secondo il comandamento".
La legge si riprende la rivincita, dopo che se l'era presa la morte.
E questa normalizzazione continua.
- con le incombenze pratiche di un funerale, che in genere ti offrono un alibi al dolore
- con la triste gita fuori porta per dirsi tra amici la delusione
- con il gesto nobile di Giuseppe d'Arimatea che tenta di rendere un minimo di onore a un uomo tutto sommato giusto, anche se un po' ingenuo.
- con le formalità burocratiche. Pilato viene continuamente disturbato. Ha mai avuto tanto da fare per la morte di un delinquente: prima la moglie che non dorme, poi non va bene la scritta sulla croce, poi sembra morto troppo presto, poi il permesso di toglierlo dalla croce, poi la paura che trafughino il cadavere....
Ma non lo avremmo fatto ammazzare per metterci sopra una pietra?!
No. La domenica, l'alba di quel giorno dopo il sabato si porta una novità esplosiva. Lui là non c'è più: scoppia la sua presenza ovunque; la santa Sion, il luogo in cui impauriti e delusi si erano rifugiati gli apostoli è in subbuglio. C'è un incrocio di voci, di esperienze sorprendenti. E infine c'è Lui: Gesù. È lui.
Non è un fantasma, una sorta di presenza da x-file.
Non è la forza del ricordo.
Non è un morto ritornato in vita. Lazzaro ci ha sorpreso, ma ha spostato solo la data della sua morte.
Lui c'è ed è in vita, una vita nuova piena, inedita: quella di prima tutta in carne pelle ossa, corpo e sentimenti, sguardi e affetti, ma radicalmente nuova, inserita in una esplosiva novità. È un modello nuovo di vivente, l'apice cui doveva giungere la vita, da quando Dio l'aveva creata. Ed è vita definitiva per tutti noi.
Mi sono permesso di raccontarvi questo momento importante della vita di Gesù perché occorre entrare in questa esperienza per capire dove abita la felicità, per capire come Benedetta ha potuto lasciarsi fasciare completamente da questo mistero, come ha saputo trapassare la croce.
...e ci traccia la strada Benedetta Bianchi Porro.
Benedetta (5) nella sua vicenda non semplice, non scontata, quasi avesse una risposta facilitata a questi interrogativi, ha fatto questo cammino e aiuta noi a compierlo.
Gli anni della quotidianità
L'educazione profonda ricevuta e la quotidianità dei cammini di una ragazza credente le hanno permesso di vivere con decisione tutta la trafila di ricerca, di posizionamento, di individuazione della felicità che abbiamo tentato di fare fin qui con i nostri ragionamenti. Superare la banalità teorica degli inganni, anche se sembra facile dal punto di vista del pensiero, non lo è nella concretezza della vita. Molti di noi nonostante vedano chiaro, nonostante lo dicano agli altri per dovere di ruolo, perché papà o mamme, o preti o educatori, fanno fatica a seguire la strada del non attardarsi sulle cose, del non concentrarsi su noi stessi. Occorre un tirocinio severo, una compagnia, una guida, una comunità, un mondo di valori condivisi, un punto di vista da cui guardare l'esistenza entro una rete di affetti e di condivisione. Benedetta questo l'ha avuto in dono nella sua famiglia e l'ha personalizzato in tutti quei tentativi ed esperienze di una vita del tutto normale (ce ne fossero tante oggi di vite normali così!) che appaiono nel suo diario. La mamma infatti le impone di tenere il diario perché è "un esercizio che … impone uno studio introspettivo, un inquadramento del carattere e aiuta a raggiungere l'equilibrio". Qui ci sono tutti gli sforzi e le piccole battaglie per costruirsi il telaio di una vita cristiana, impostata sulla ricerca di una felicità orientata, oltre i capricci, gli sbuffi, le tentazioni di banalità: "ho picchiato i miei fratelli e mi sono pentita subito ", sono molto sgarbata e cercherò di correggermi…finora non ho fatto altro che stupidaggini e ora in avanti cercherò di riflettere di più…ho pianto perché mi lamentavo che devo portare sempre le scarpe alte… prima piangevo per questo, ma poi piangevo perché ero stata così infelice da lamentarmi… Era l'ascetica tipica cui ci si applicava sempre nella vita quotidiana, fatta di piccole vittorie sugli istinti, sulle tentazioni del lasciarsi andare, per acquisire carattere forte, senso del dovere. Una ascetica forse che oggi sembra impensabile, perché avrebbe bisogno soprattutto di mistica per trovare le radici e le motivazioni necessarie, di fronte allo sfascio dei riferimenti e al dilagare dello spontaneismo, venduto per verità e felicità.
Gli anni della prova e del salto di qualità
La malattia è stato lo spazio che le ha permesso di fare quel salto di discontinuità che il percorso cristiano esige. E' una malattia che la aggredisce un po' alla volta, che si fa più cosciente in lei che in chi vive con lei, creando quindi incomprensioni e solitudine.
La sua ricerca di felicità conosce la prova e cerca con tutte le sue capacità umane di resistere.
"Stasera sono tanto triste se penso che non riuscirò a resistere tutta la vita così sorda: un rimedio, qualunque sia, bisogna che lo trovi e al più presto" (6).
O vita cosa sei tu mai? Forse l'ombra di un sogno fuggente? Non so (7);
Sono stanca di tutto e di nulla, desidero un po' di pace e di serenità: ma l'uomo può raggiungere mai queste cose? (8) ;
Sono stanca del tempo, dei mesi. Non voglio promettere e sperare più nulla(9);
Com'è bello e terribile vivere! Ogni gioia è dolore e ogni dolore è gioia (10).
Anna, [...] le tue parole così serene e calme placano le tempeste del mio animo. Anch'io sono assetata di pace e desidero abbandonare le onde del mare per rifugiarmi nella quiete di un porto. Ma la mia barca è fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati, e la corrente mi trascina lontano. Vorrei poter raggiungere l'equilibrio [...] che valga la pena di vivere qualunque vita come pensi tu. Ma temo che non vi sia in ciò felicità, temo solo che tutto sia illusione: e l'illusione mi fa tremare più della disperazione. Mi agito e lotto vanamente perché non voglio trovare dolore dove spero ancora possa esservi pace: non ho fiducia sufficiente in me e negli altri (11).
[H]o tanto desiderio di libertà! Ma come questo nome è lontano dalla prigione della mia vita (12).
Già tanti sogni e tante speranze cominciano a illudere il mio animo. Sono assetata di vita: sarò di nuovo sconfitta? (13).
Anche a me ha confidato momenti di smarrimento, dai quali si riprendeva lentamente, dice don Mori (14)
E' una ricerca che in questi anni avrà qualche spiraglio di luce; comincia a vedere che c'è una chiamata ad andare oltre. Con la paura di diventare cieca, supplicava Dio: Signore, questo no!
"Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana e pregavo il Signore perché mi facesse forte e piccola. Il Signore, mamma, vuole da noi grandi cose"(15) .
Quasi forse non crede a questo miracolo.
[M]i volgo attorno e vedo tutti soffrire, dunque sono io una incosciente? È ingiusto, no, che solo io mi rallegri? O forse la mia sarà una sensazione non destinata a durare e il cielo darà anche a me presto le comuni tribolazioni? Ah come sono convinta di peccare!! È così difficile essere umili e vederci chiaro nell'animo umano: siamo così assurdi noi tutti (16).
Cara Maria Grazia,
[...]. Per quello che riguarda lo spirito, invece, sono serena, perfettamente, anzi, sono molto di più: felice sono; non credere che esageri [...] io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili), come la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio, per questo! (17).
Troppo grande gioia per me indegna; stravolta di gioia ero: pensa che è stato come se l'acqua degli oceani si riversasse in un conchiglietta: per un attimo ho creduto di rimanere sommersa […] mai più potrò liberarmi da questa sete. Dice S. Agostino (18): "Ti ho gustato, e ora ho fame e sete di Te. Mi hai toccato, e ardo dal desiderio della Tua pace". […] Ti scongiuro di ricordarti qualche volta, se ti è possibile, di me nelle tue preghiere, perché io possa esserGli sempre fedele (19).
Sono gioie che riesce a percepire, ma che non hanno ancora il carattere di spazio di definitività
Nella prova, ma oltre l'illusione e la disperazione.
E' soprattutto a partire dal 1961, in cui i Pensieri e le lettere diventano dei "trattati di ascetica e di mistica, nei quali rivela tutto il suo animo rivolto al Signore […] e traspare un'altissima spiritualità e una gioia indefinibile" (20), come dicono gli atti dei processi.
"Ieri una preghiera mi è penetrata nel cuore: "Signore, mi hai afferrata". E ho sentito la verità della dottrina di Cristo in tutte le "Sue" parole" (21).
Con Lui mi sento di poter camminare lontano, in capo al mondo, se Lui vorrà: […] ho ritrovato il Signore, ho risentito la sua voce, ed è stato dolcissimo il colloquio così soave !(22)
Gli elementi dello scandalo sono tutti presenti:
"la Croce è il senso di tutto" , (23)
"la vera gioia passa per la Croce" , (24)
Vive il suo dolore unita Cristo Crocifisso e sperimenta che la soluzione alla ricerca di felicità "prende sempre l'aspetto che meno ci saremmo aspettati" . (25)
E' l'abbandono nelle mani del Padre che Cristo le infonde come tenerissima decisione e luogo definitivo della felicità:
[…] Io sono abbandonata nel Signore, serenamente. L'abbandono non è poi così difficile. È Lui che ci dà la forza, è Lui che ci guida (26);
Cara Suor Domenica,
[…] l'abbandono, questa lunga pazienza, non sarà più difficile degli altri passi fin qui fatti, perché dentro c'è Lui che guida! . (27)
Cara Francis,
[…] non so abituari come vorrei a vivere felicemente nel buio, nell'attesa di una Luce più viva e più calda del sole! […] Quando le mie preoccupazione diventano pungenti, e io Lo chiamo, mi aiuta subito, credimi […] Qui dal mio nido aspetto che trascorrano le ore, e nei miei colloqui con Dio, ne esco sempre serena e mansueta (28).
Ci aiuta a interpretare questo momento don Mori. "Una persona che apparentemente non ha più nulla da dire se non povere frasi telegrafiche attraverso un alfabeto convenzionale, rappresenta la zona sacra in cui Dio ha fatto sua un'anima e l'ha condotta fino alla trasparenza più assoluta" . (29)
"la pace è la mano di Dio che ci cura tutte le ferite" .(30)
"la gioia viene dall'accettare il posto e lo stato che Dio ci ha dato" , (31)
"la pace viene quando non si miete più per il nostro granaio, ma per quello di Dio" .(32)
Stare in queste braccia è godere della felicità
Le mie giornate sono lunghe, faticose, però ugualmente dolci e con la Luce di Dio. Cerco, nel mio esilio, di non perdere la serenità: e mi ricordo degli urli degli Apostoli quando Gesù camminava sulle acque, disse: "Sono Io, non temete!".
Cara Francis,
oggi, dopo aver letto la tua lettera, mi sono trovata abbandonata sulle spalle di Cristo. Avevo timore, prima, di farlo: era il timore della croce. Poi mi sono ricordata delle parole: "la croce è segno di Dio nell'uomo". Allora ogni timore si è dissipato come nebbia al sole […]. E mi sono detta […]: e se avrai per un istante paura, dirai senza vergogna: "ho paura", e Dio ti fortificherà . (33)
Impara a stare come Maria sotto la croce e un altro grande passo nella consapevolezza di dove sta la felicità lo trova a Lourdes, ma in maniera diversa da quanto molti di noi si aspetterebbero.
Cara Paola,
[…] Dalla città della Madonna si ritorna nuovamente capaci di lottare, con più dolcezza, pazienza e serenità. Ed io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che conservarlo. È stato questo per me il miracolo di Lourdes, quest'anno ; (34)
Caro Roberto,
[…] ho la dolcezza della rassegnazione. La Madonna mi ha ripagato di quello che non possiedo più. Ho capito che mi è stato ripagato quello che mi era stato tolto, perché possiedo la ricchezza di Spirito .(35)
La felicità non è un possesso, ma un dono
Questa nuova consapevolezza le dà la forza di indicare la via della felicità anche agli altri, non la chiude in se stessa, ma la spende per tutti.. Commovente la testimonianza della mamma sui dissapori in casa e la conclusione di Benedetta, che mi raccontava lo stesso Mons. Comastri ultimamente
Mamma, "se qualcuno sbaglia nei tuoi confronti, fagli sentire che lo ami di più. Solo così proverà l'umiliazione di avere sbagliato. L'amore corregge. I rimproveri suscitano ribellione. Amalo come prima e più di prima.
Nella tristezza della mia sordità, e nella più buia delle mie solitudini ho cercato con la volontà di essere serena per far fiorire il mio dolore, e cerco con la volontà umile di riuscire ad essere come Lui vuole: piccola piccola come mi sento sinceramente quando riesco a vedere la Sua interminabile grandezza nella notte buia dei miei faticosi giorni […] così spengo la tentazione di desiderare il caldo del sole quando più grande nell'intimo lo sento, e io Lo chiamo qui accanto a me, come se il mio letto fosse una Grotta, o una deserta cella, e Lui dovesse aiutarmi ad uscire a insegnarmi ad assolvere meglio il mio compito, che non è solo, non deve essere solo, quello di scrutarmi dentro ma di amare la sofferenza di tutti quelli che vivono o vengono attorno al mio letto e mi danno o mi domandano l'aiuto di una preghiera .(36)
Gentile Signorina,
[…] io attendo serena: perché i giorni passano nell'attesa di Lui, che io amo nell'aria, nel sole che non vedo più, ma che sento ugualmente, nel suo calore, quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani, nella pioggia che scende dal cielo per lavare la terra . (37)
Gentile Signorina,
[…] sono a letto anch'io paralizzata da lungo tempo […]. Io sono serena lo stesso, perché è Dio che mi ha voluta così, che ci ha volute così. Non temiamo Signorina. Siamo cadute nelle Sue mani. Ma Sono mani dolcissime, che guidano verso una strada d'amore e di pace […]. Il Signore ha cura dell'erba dei campi e degli uccelli dell'aria […] tanto più allora avrà cura di noi […]. "Cercate il regno di Dio e la Sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in più". Ecco perché io attendo serena. Perché i giorni passano nell'attesa di Lui, che io amo nell'aria, nel sole che non vedo più, ma che sento, ugualmente, nel suo calore .(38)
Alla famosa lettera di Natalino che aveva scritto a Epoca…
Le mie giornate non sono facili: sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio. Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione con Lui. Ciao Natale, la vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui, per giungere in Patria. Ti abbraccio. Tua sorella in Cristo .(39)
"perché è vero, è nella sofferenza che riusciamo a diventare forti e saggi" . (40)
Cara Maria Grazia,
[…] Sono brutte le tenebre, eppure io so di non essere sola: nel mio silenzio, nel mio deserto, mentre cammino, Lui è qui: mi sorride, mi precede; mi incoraggia a portare a Lui qualche piccola briciola d'amore .(41)
E la morte non potrà essere che una festa:
[…] Mi pare a volte di perdere la memoria, forse si avvicinerà la mia "festa" ;(42)
"Muore", gridò Emilia. Telefonammo al parroco, al medico, a Manuela. Il medico le praticò subito un'endovena, ma Benedetta si lamentò. Desiderava restare in pace. Io non ce la feci a restare in stanza, e lasciai Manuela con Benedetta. Nell'uscire, Benedetta morì, pronunciando la sua ultima parola: "grazie".
Non era un grazie improvvisato. Aveva detto spesso:
"non saprò mai ringraziare il Signore abbastanza di tutto quello che mi ha dato: perché tutto ciò che dà è grazia" (43), "dobbiamo essere allegri nel Signore. Dobbiamo essere sereni per tutto quello che Dio vuole da noi: per tutto quello che ci toglie e ci dona: perché toglie per dare. Tutto è grazia, anche il male" (44):
Noi ti ringraziamo Benedetta perché ci hai insegnata dove abita la felicità.
(1) E. Wiesel, Dopo la notte, Garzanti, Milano, 2004.
(2) Lettera di Benedetta a Maria Grazia, 19 aprile 1958, in AFBBP I/48 (58).
(3) Omelia della celebrazione eucaristica della GMG, Roma 2000.
(4) A Toronto ebbe a dire:
"Cari giovani, numerose e allettanti sono le proposte che vi sollecitano da ogni parte: molti vi parlano di una gioia che si può ottenere con il denaro, con il successo, con il potere. Soprattutto vi dicono di una gioia che coincide con il piacere superficiale ed effimero dei sensi. Cari amici, alla vostra giovane voglia di essere felici il vecchio Papa, carico di anni ma ancora giovane dentro, risponde con una parola che non è sua. E' una parola risuonata duemila anni or sono. L'abbiamo riascoltata stasera: "Beati...". La parola-chiave dell'insegnamento di Gesù è un annuncio di gioia: "Beati...". L'uomo è fatto per la felicità. La vostra sete di felicità è dunque legittima. Per questa vostra attesa Cristo ha la risposta. Egli però vi chiede di fidarvi di Lui. La gioia vera è una conquista, che non si raggiunge senza una lotta lunga e difficile. Cristo possiede il segreto della vittoria."
Ai giovani francesi:
In nome di tutto l'amore che vi porto non esito a invitarvi: "Aprite largamente le vostre porte a Cristo!". Cosa temete? Dategli fiducia, rischiate di seguirlo. Questo chiede evidentemente che voi usciate da voi stessi, dai vostri ragionamenti, dalla vostra "saggezza" dalla vostra indifferenza, dalla vostra sufficienza, dalle abitudini non cristiane che forse avete preso. Sì, questo chiede rinunce, una conversione, che prima dovete osare desiderare, chiedere nella preghiera e cominciare a praticare. Lasciate che Cristo sia per voi la via, la verità, la vita. Lasciate che sia la vostra salvezza e la vostra felicità. Lasciate che afferri la vostra vita tutta intera affinché essa raggiunga con lui tutte le sue dimensioni così che tutte le vostre relazioni, attività, sentimenti, pensieri siano integrati in lui, si potrebbe dire "cristificati". Auguro che con Cristo voi riconosciate Dio come sorgente e fine della vostra esistenza. Ecco gli uomini e le donne di cui il mondo ha bisogno, di cui la Francia ha bisogno. Voi avrete personalmente la felicità promessa nelle beatitudini, e sarete, in tutta umiltà e rispetto degli altri e in mezzo a loro, il fermento di cui parla il Vangelo. Voi edificherete un mondo nuovo; preparerete un avvenire cristiano. È una via crucis, sì, ma è anche una via di gioia, perché è una via di speranza.
(5) Le citazioni sono tratte quasi tutte dal testo "Benedetta Bianchi Porro - Biografia autorizzata" di d. Andrea Vena Ed Paoline.
(6) Diario 6, 1 febbraio 1954.
(7) Diario 6, 24 gennaio 1953.
(8) Diario 6, 25 gennaio 1953.
(9) Diario 6, 31 gennaio 1953.
(10) Diario 6, 26 marzo 1953.
(11) Lettera di Benedetta ad Anna, 26 gennaio 1953, in AFBBP EB I/13 (16).
(12) Diario 6, 14 febbraio 1953.
(13) Diario, 28 febbraio 1953, 380.
(14) Cfr. L'anello nuziale, Ave Roma, 2004
(15) REBORA, 48.
(16) Lettera di Benedetta a Maria Grazia, 19 aprile 1958, in AFBBP EB I/48 (58).
(17) Lettera di Benedetta a Maria Grazia, 19 aprile 1958, in AFBBP EB I/48 (58).
(18) AGOSTINO d'IPPONA, nato nel 354 e morto nel 430.
(19) Lettera di Benedetta a Nicoletta, 10 ottobre 1960, in AFBBP EB I/77 (94).
(20) "Iudicium prioris Theologi Censoris", 11, in Positio Super Virtutibus.
(21) Lettera di Benedetta a Roberto, 17 maggio 1963, in AFBBP EB I/130 (161).
(22) Lettera di Benedetta a Francis, estate 1963, in AFBBP EB II/162 (203).
(23) Pensieri 1961, 11 luglio.
(24) Pensieri 1961, 27 settembre.
(25) Pensieri 1962, 15 luglio.
(26) Lettera di Benedetta a Paola, 28 agosto 1963, in AFBBP EB II/161 (202).
(27) Lettera di Benedetta a Suor Domenica, 1° ottobre 1963, in AFBBP EB II/168 (210).
(28) Lettera di Benedetta a Francis, 10 giugno 1963, in AFBBP EB I/139 (172).
(29) Cfr. L'anello nuziale, Ave Roma, 2004
(30) Pensieri 1962, 24 agosto.
(31) Pensieri 1962, 22 agosto.
(32) Pensieri 1962, 10 luglio.
(33) Lettera di Benedetta a Franci, Sirmione metà giugno 1963, in AFBBP EB I/140 (174).
(34) Lettera di Benedetta a Paola, 5 luglio 1963, in AFBBP EB I/143 (178).
(35) Lettera di Benedetta a Roberto, 5 luglio 1963, in AFBBP EB I/142 (177).
(36) Lettera di Benedetta a Francis, 22 aprile 1963, in AFBBP EB I/123 (154).
(37) Lettera di Benedetta ad una ex insegnante, Sirmione 1963, in AFBBP II/194 (245).
(38) Lettera di Benedetta ad una ex insegnante, Sirmione 1963, in AFBBP EB II/194 (245). Si tratta di Laura Gardini, ex Insegnante di lettere alla Scuola Media "Biondo Flavio" di Forlì, anch'essa paralizzata.
(39) Lettera di Benedetta a Natalino, Sirmione 1963, in AFBBP EB I/135 (168).
(40) Lettera di Benedetta a Nicoletta, 11 ottobre 1963, in AFBBP EB II/171 (213).
(41) Lettera di Benedetta a Maria Grazia, 1 giugno 1963, in AFBBP EB I/134 (167).
(42) Lettera di Benedetta a Roberto, 15 luglio 1963, in AFBBP I/144 (181).
(43) Lettera di Benedetta a Paola, 25 ottobre 1963, in AFBBP EB I/174 (218).
(44) Lettera di Benedetta ai Coniugi Billi, natale 1963, in AFBBP EB II/192 (242).